Disfunzione erettile

Com'è fatto e come funziona il pene: le basi anatomiche e fisiologiche dell'erezione


Il pene è costituito essenzialmente dai due corpi cavernosi, cilindri formati da tessuto vascolare lacunare e rivestiti da una resistente tunica fibrosa (tunica albuginea), dal corpo spongioso che protegge l'uretra e nella sua porzione distale si espande a formare il glande, dal fascio vascolonervoso dorsale e dai tegumenti. Il pene è costituito essenzialmente dai due corpi cavernosi, cilindri formati da tessuto vascolare lacunare e rivestiti da una resistente tunic

Il fascio vascolo-nervoso contiene la vena dorsale, responsabile del drenaggio venoso del pene, le arterie dorsali, a cui si deve la vascolarizzazione dei tegumenti del pene, e i nervi dorsali, responsabili della sensibilità del pene; i corpi cavernosi invece ricevono sangue dalle 2 arterie cavernose, che decorrono all'interno di ciascun corpo cavernoso e danno origine alle arterie elicine, e ricevono innervazione motoria (cioè il segnale che ne controlla lo stato di erezione/detumescenza) dai nervi cavernosi, che provengono dal plesso pelvico attraverso i nervi erettori di cui si è parlato nel perCorso sul carcinoma prostatico. Il sangue viene drenato dai plessi venosi sottoalbuginei che, attraverso le vcene perforanti, scaricano il sangue nelle vene circonflesse e da qui nelle vene dorsali.

La struttura lacunare dei corpi cavernosi si deve a un fitto intreccio di trabecole di connettivo e tessuto muscolare liscio che delimitano degli spazi vascolari; questo tessuto ricorda molto, sia nell'aspetto, sia per il suo modo di funzionare, una spugna.

Lo stato di contrazione della muscolatura liscia delle trabecole determina la quantità di sangue che può fluire negli spazi cavernosi, quindi è il diretto responsabile dello stato di flaccidità e di erezione, e i nervi cavernosi sono a loro volta indispensabili per controllare lo stato di contrazione e di rilassamento delle cellule muscolari delle trabecole.


L’erezione è un complesso evento di tipo neuro-vascolare modulato da fattori psicologici e ormonali. La stimolazione sessuale attiva a livello cerebrale un circuito in cui giocano un ruolo principale neuroni dopaminergici del sistema limbico e dell’ipotalamo; da qui si origina un segnale che attraverso le vie nervose discendenti giunge ai corpi cavernosi, dove avviene il rilascio di mediatori chimici ad azione vasodilatatrice quali la

acetilcolina e l’ossido nitrico. Questi neurotrasmettitori provocano all'interno delle cellule muscolari lisce delle trabecole la formazione di un mediatore intracellulare, il GMP ciclico, che determina il rilassamento della cellula muscolare; il GMP ciclico si forma molto velocemente in seguito allo stimolo nervoso, e alrettanto velocemente viene degradato da un enzima, la fosfodiesterasi tipo 5 (PDE5). Il rilassamento della muscolatura liscia del tessuto cavernoso fa si che i corpi cavernosi si riempiano di sangue (fase di tumescenza); quando, a un certo grado di riempimento, il rivestimento fibroso della tunica albuginea entra in tensione, le vene che attraversano l'albuginea e portano il sangue refluo al sistema venoso dorsale vengono chiuse per compressione (meccanismo veno-occlusivo), e il corpo cavernoso diventa un sistema chiuso. A questo punto, poiché la tunica albuginea non è ulteriormente distensibile, la pressione sanguigna determinerà un aumento della rigidità dei corpi cavernosi (in esatta analogia con quello che capita quando gonfiamo la gomma della bicicletta) e quindi lo stato di erezione del pene.


La disfunzione erettile, come e perchè

Si definisce disfunzione erettile (DE) un disturbo caratterizzato dall’incapacità di ottenere o mantenere un’erezione peniena sufficiente a completare un rapporto sessuale soddisfacente.

Per avere una buona erezione sono necessarie diverse condizioni: un buon equilibrio psicologico, un corretto assetto ormonale, un sistema vascolare arterioso che fornisca un valido flusso ematico alle arterie cavernose, l'integrità delle vie nervose, una regolare struttura anatomica dei corpi cavernosi.

I fattori che influiscono negativamente sulla qualità della risposta erettile sono fattori psicogeni-funzionali e fattori di tipo biologico-organico.

Tra i fattori psicogeni, oltre ad alcune patologie psichiatriche come la depressione, vi possono essere moltissime situazioni molto comuni quali gli stati di stress familiare e lavorativo, l'ansia da prestazione, i problemi di relazione all'interno della coppia ecc. Caratteristiche tipiche delle disfunzioni erettili su base funzionale sono l'insorgenza brusca in concomitanza con qualche evento particolare della vita o della relazione di coppia, la conservazione delle erezioni spontanee notturne o con l'attività autoerotica, la comparsa del problema solo in certe situazioni o con una partner in particolare, la frequente buona risposta alle terapie farmacologiche; a volte un problema di tipo psicogeno è innescato da un'occasionale defaillance poi caricata di significati e di ansie che via via arrivano a configurare una vera e propria disfunzione.

Tra i fattori organici vi sono patologie a carico del sistema vascolare, interruzioni delle vie nervose, disfunzioni endocrino-metaboliche, patologie a carico del pene; caratteristiche delle disfunzioni organiche sono l'insorgenza lenta e progressiva, la mancanza stabile di erezione in qualsiasi situazione, la presenza di segni concomitanti di una patologia organica sistemica. Spesso la disfunzione erettile è un sintomo o una conseguenza di una patologia sistemica già nota, a volte è il primo sintomo di una patologia non ancora diagnosticata.

Particolarmente stretta è la relazione tra disfunzione erettile e patologie vascolari, cosa facilmente comprensibile se si tiene conto che l'erezione è un fenomeno vascolare ed emodinamico. In particolare l'aterosclerosi, patologia molto frequente nel mondo occidentale, colpisce preferibilmente i vasi di piccolo calibro, quali le arterie coronarie, le arterie cerebrali e le arterie cavernose, che sono tra le prime ad occludersi provocando l'insorgenza di disfunzione erettile; da ciò discende da un lato che disfunzione erettile, infarto miocardico, ischemia cerebrale sono manifestazioni dello stesso meccanismo patogenetico, quindi patologie strettamente legate, dall'altro lato che i fattori di rischio vascolari (fumo, diabete, ipertensione, obesità, familiarità per malattie cardiovascolari..) sono anche i più importanti fattori di rischio della disfunzione erettile. Ma questo ragionamento ci porta ancora più avanti: spesso la disfunzione erettile è il primo sintomo di una sofferenza vascolare che, come seconda manifestazione, darà ischemia o infarto miocardico, quindi una attenta valutazione di una disfunzione erettile su base vascolare può portare alla diagnosi precoce di una condizione di alto rischio cardiaco.

Tra le cause organiche di disfunzione erettile oggi è considerata importante la cosiddetta “disfunzione endoteliale”, che può rendere ragione di una mancata risposta vasodilatatoria agli stimoli erettogeni; la disfunziuone endoteliale si manifesta con una serie di modificazioni della funzione dell’endotelio vasale, fra i quali la riduzione della produzione di ossido nitrico, l’aumento del tono della muscolatura liscia, la produzione di citochine infiammatorie e di radicali liberi (ad azione vasocostrittrice). La disfunzione endoteliale è favorita dall’obesità, da turbe del metabolismo lipidico e glicidico (sindrome metabolica) e dall’ipertensione.

Tra le cause neurogene, è molto rilevante per numero di casi la disfunzione che segue gli interventi di prostatectomia radicale per la lesione, spesso inevitabile, delle vie nervose motorie dell'erezione (plesso pelvico e nervo erettori); per questo argomento si rimanda al perCorso 2. Lesioni delle vie nervose discendenti che controllano l'erezione si possono avere in seguito a traumi spinali; anche molte malattie neurologiche, come la sclerosi multipla o il morbo di Parkinson, possono dare disfunzione erettile.

Il diabete è una frequente causa organica di disfunzione erettile, e la disfunzione erettile colpisce una importante percentuale di diabetici, che sale anche al 75% nei soggetti con più di 60 anni; il diabete agisce negativamente sull'erezione soprattutto inficiando la funzionalità di grossi e piccoli vasi (micro- e macro-angiopatia diabetica), ma anche attraverso un danno nervoso (neuropatia diabetica).

Una parte dei casi di DE può essere causato da alterazioni ormonali: uomini sopra i 50 anni possono presentare una riduzione dei livelli fisiologici di testosterone, quadro che si definisce LOH (late onset hypogonadism); questa condizione spesso si ritrova in compresenza con alcuni dei fattori organici precedentemente descritti e porta ad un aggravamento del quadro.

Tra le patologie organiche del pene che possono provocare disfunzione erettile la più importante è sicuramente l'induratio penis plastica, a cui dedicheremo un paragrafo più oltre.


I farmaci dell'erezione

La prima misura terapeutica, obbligatoria, da mettere in atto per il trattamento della disfunzione erettile è la terapia delle eventuali patologie sistemiche concomitanti; oltre agli ovvi vantaggi sulla salute in generale, questo primo provvedimento può, se non risolvere del tutto il problema erettile, sicuramente renderlo più facilmente trattabile e migliorare la risposta ai farmaci.

La moderna terapia orale della disfunzione erettile è nata ufficialmente nel 1998 con la immissione in commercio del Sildenafil, appartenente alla classe degli inibitori della fosfodiesterasi 5 (PDE5-i): come ricordato, tale enzima (specifico per il corpo cavernoso) è preposto alla degradazione del GMP ciclico, il più importante mediatore endocellulare dell'erezione, che si forma nella cellula muscolare liscia in risposta alla stimolazione data dall'ossido nitrico. L'inibizione della PDE5 consente di mantenere più elevati (e più a lungo) i livelli intracellulari di GMP ciclico, con conseguente maggiore e più prolungata vasodilatazione: i PDE5-inibitori possono essere quindi considerati degli amplificatori della risposta erettile agli stimoli che arrivano ai corpi cavernosi attraverso le vie nervose.

Ne discendono due considerazioni: innanzitutto i PDE5-inibitori per agire necessitano che al corpo cavernoso arrivi uno stimolo erettogeno, altrimenti la produzione di GMP ciclico non si innesca neppure; in secondo luogo, anche ottenendo una vasodilatazione massiva, è comunque necessario che le arterie cavernose (e l'albero arterioso a monte) siano pervie per garantire un flusso e una pressione sufficienti a determinare il fenomeno erettile. Quindi i PDE5 inibitori non possono funzionare in casi di completa interruzione delle vie nervose (ad esempio dopo prostatectomia radicale extrafasciale o dopo molti casi di radioterapia esterna) e di grave compromissione vascolare (ad esempio ostruzione aterosclerotica di entrambe le cavernose); situazioni di compromissione parziale dei versanti nervoso e vascolare invece possono essere ben compensate dall'azione del farmaco.

La prima molecola a entrare in commercio è stata, come si è detto, il Sildenafil, principio attivo inizialmente studiato per la cura dell'ipertensione; più avanti il Sildenafil è stato affiancato da altre due molecole della stessa categoria, il Tadalafil e il Vardenafil, e del tutto recentemente da una terza molecola (sempre della stessa classe), l'Avanafil.

Le differenze tra i tre farmaci risiedono principalmente nella farmacocinetica.

Il Tadalafil richiede più tempo per raggiungere i massimi livelli plasmatici (circa 2 ore) rispetto agli altri farmaci, ma ha un'emivita di 17 ore, che gli conferisce una durata d'azione che supera abbondantemente le 24 ore (vi è un'importante azione ancora a 36 ore dall'assunzione); è disponibile in commercio nei dosaggi di 10 e 20 mg per l'utilizzo on demand, e nel dosaggio di 5 mg per l'utilizzo “once a day”, cioè uno al giorno in cronico. Infatti la lunga emivita permette con una assunzione giornaliera di 5 mg di raggiungere e mantenere costanti livelli plasmatici terapeutici, eliminando quindi la necessità di assumere la compressa on demand, principalmente in quei pazienti con una elevata mensile di rapporti. Attorno all'assunzione cronica, gravata comunque da costi terapeutici non indifferenti, vi è oggi molto interesse, sia per la comodità di utilizzo, sia per il beneficio che sembra dare sulla funzionalità dell'endotelio dei corpi cavernosi, sia per il recente riscontro di una contemporaneas azione migliorativa sui sintomi del basso apparato urinario dovuti ad iperplasia prostatica benigna.

Il Vardenafil è caratterizzato invece da una rapida insorgenza dell'effetto terapeutico, meno di un'ora dall'assunzione, ed è disponibile nei dosaggi standard da 10 e 20 mg, (il 10 mg anche in forma orodispersibile), più un dosaggio ridotto di 5 mg (sempre per utilizzo on demand) per categorie selezionate di pazienti che non richiedono dosaggi maggiori e/o non li tollerano bene. Anche il Sildenafil, caratterizzato da caratteristiche farmacocinetiche intermedie rispetto alle altre due molecole, è in commercio in tre dosaggi, uno ridotto di 25 mg, uno standard di 50 mg e uno particolarmente elevato di 100 mg che risulta utile in pazienti “poor-responders”, ad esempio perchè affetti da disfunzione erettile di eziologia organica severa.

In generale gli inibitori della PDE5 sono farmaci meneggevoli e sicuri; gli effetti indesiderati (cefalea, dispepsia, flushing, disturbi visivi, ipotensione) sono di solito di gravità non così importante da far sospendere il farmaco, e possono essere trattati efficacemente (la cefalea di solito risponde bene ai FANS). Uniche controindicazioni la retinite pigmentosa, le gravi cardiopatie non in fase stabile e, controindicazione assoluta, la contemporanea assunzione di nitroderivati.

In commercio vi sono anche svariati integratori che vengono presentati come rimedi utili per la disfunzione erettile: queste preparazioni contengono di solito arginina, un precursore nella via metabolica che porta dell'ossido nitrico, e/o estratti da diverse piante officinali (damiana, mira puana). Il reale valore di queste preparazioni è di supporto alla terapia con PDE5 inibitori, oppure come primo tentativo terapeutico in pazienti con disfunzione erettile di grado lieve, specie se di eziologia funzionale.

Nel caso in cui si siano documentati dei valori di testosterone al di sotto della norma (ipogonadismo), può essere indicata una terapia sostitutiva con testosterone esogeno; il ripristino dei valori normali di testosterone ha numerosi effetti positivi sia a livello sistemico, sia a livello sessuale, in quanto oltre a migliorare di per sé la funzione erettile e il desiderio, aumenta significativamente l'efficacia dei farmaci orali, altrimenti poco efficaci in soggetti ipogonadici.

La terapia sostitutiva con testosterone è sicura, ma deve esse somministrata con almeno due particolari cautele. Innanzitutto è indicata soltanto in caso in cui vi sia un ipogonadismo documentato, allo scopo di riportare i valori di testosterone nel range di normalità; la somministrazione di testosterone esogeno in presenza di valori normali di ormone è invece assolutamente da evitare, in quanto può provocare l'insorgenza di effetti indesiderati senza ottenere alcun beneficio sulla sfera sessuale. Una volta stabilita l'indicazione alla terapia sostitutiva è indispensabile escludere la presenza di un carcinoma prostatico clinicamente rilevabile: il testosterone esogeno non può essere la causa di un carcinoma prostatico, come non lo è quello endogeno, ma se già presente un carcinoma prostatico la terapia con testosterone molto probabilmente ne favorirà la crescita e la progressione.

Quindi prima di iniziare la terapia è obbligatorio eseguire un'esplorazione rettale e un PSA, eventualmente una ecografia transrettale, e in caso di sospetto proseguire con l'iter diagnostico delineato nel perCorso 2; ed è altrettanto necessario uno stretto controllo clinico urologico con esplorazione rettale e PSA a scadenze regolari nel corso della terapiaa sostitutiva, con prima visita di follow up a tre mesi.

Oggi sono disponibili in farmacia diversi preparati a base di testosterone, con diverse vie di somministrazione: orale, transcutanea, per assorbimento buccale, parenterale. La via orale non ha incontrato successo per l'incostanza dei livelli plasmatici di ormone che si possono ottenere; la via parenterale, da tempo preferita, recentemente si è arricchita di una preparazione long-acting di testosterone undecanoato che permette con 1 sola somministrazione ogni 12 settimane di avere livelli di androgenizzazione stabili ed adeguati.


Quando la terapia per via orale non funziona: la farmacoerezione

La terapia orale è efficace nell'80-85% circa dei pazienti; coloro che non rispondono alla terapia orale sono candidati alla farmacoerezione intracavernosa o al posizionamento di impianti protesici.

La farmacoerezione consiste nell'autoiniezione di un farmaco ad azione vasodilatatrice nel corpo cavernoso; il farmaco provoca l'afflusso di sangue negli spazi cavernosi e quindi l'erezione. I principi attivi utilizzati sono sostanze con una potente azione vasodilatatrice, non farmacologicamente selettivi per il corpo cavernoso; la selettività di azione sul corpo cavernoso si ottiene con la via di somministrazione locale, che consente di avere una importante risposta erettile con effetti sistemici del tutto trascurabili.

Il primo principio attivo utilizzato è stato la papaverina, poi sostituita dalla prostaglandina E1 (PgE1) perchè meno rischiosa il termini di erezione prolungata (priapismo) e fibrosi cavernosa, le due principali complicanze della farmacoerezione.

Il priapismo è un'erezione prolungata, che non tende alla risoluzione spontanea, non accompagnata da desiderio sessuale e spesso dolorosa; oltre che una complicanza della farmacoerezione, può essere spontaneo idiopatico (come episodio isolato o in forma ricorrente) oppure secondario a malattie ematologiche (ad esempio anemia falciforme), assunzione di farmaci e stupefacenti, traumi. Nella maggior parte dei casi il priapismo è caratterizzato da un'erezione rigida con blocco completo dello scarico venoso (priapismo a basso flusso), quindi si crea all'interno del corpo cavernoso un ambiente caratterizzato da forte ipossia e acidosi a forte rischio per la vitalità dell'endotelio e delle cellule muscolari lisce delle trabecole; tale situazione deve essere trattata con evacuazione del sangue in stasi e somministrazione locale di vasocostrittori entro qualche ora dall'insorgenza al fine di evitare una assai probabile fibrosi cavernosa con conseguente peggioramento importante della funzione erettile (un priapismo mantenuto per molte ore può lasciare dietro di sé una completa fibrosi cavernosa con DE completa).

Dopo la somministrazione intracavernosa di prostaglandina, con un tempo di latenza di circa 10-20 minuti, si assiste all'insorgenza di una erezione indipendentemente dalla presenza o meno di stimolazione sessuale, il che rende la farmacoerezione utile anche a scopi diagnostici in ambulatorio (test di farmacoerezione, obiettivazione di incurvamenti penieni, esami strumentali come ecocolordoppler o RMN da eseguirsi in stato di erezione); normalmente l'effetto scompare dopo circa 60 – 90 minuti.

Il requisito per avere una buona risposta alla farmacoerezione sono essenzialmente l'assenza di patologie vascolari importanti (se il flusso di sangue è bloccato a monte da una stenosi artgeriosa, creare una vasodilatazione anche massimale a valle diventa assolutamente inutile!).

Le prime somministrazioni vanno eseguite in ambulatorio, per tre ragioni: per stabilire quale sia la dose minima sufficiente ad ottenere l'effetto, per istruire il paziente, per gestire in condizioni ottimali eventuali complicanze da prima somministrazione. Di norma si inizia da una dose di PGE1 di 5-10 mcg per salire alla dose di 20 mcg; in caso di mancata risposta aumentare la dose di PGE1 non è utile perchè permette di ottenere solo scarsi miglioramenti a prezzo di una maggiore sintomatologia algica (le prostaglandine sono mediatori del dolore!), e si preferisce preparare un “cocktail” aggiungendo piccole dosi di papaverina, accettando i rischi sopra esposti, oppure ricorrere alle protesi.


L'arma segreta: la protesi peniena

Tradizionalmente si pensa alle protesi come ultima spiaggia per pazienti che hanno provato sia la terapia orale sia la farmacoerezione senza ottenere buoni risultati. In realtà oggi approdano alla protesi anche molti pazienti che rispondono alla farmacoerezione, e persino alcuni che rispondono in parte alla terapia orale, ma che desiderano una soluzione definitiva anziché dipendere per tutta la vita da terapie mediche più o meno invasive, e abbastanza costose; molto frequentemente si sottopongono all'intervento pazienti che hanno sviluppato un deficit erettile in seguito ad un intervento di prostatectomia radicale extrafasciale, o affetti da induratio penis plastica (vedi paragrafo successivo).



La componente fondamentale delle protesi moderne è una coppia di cilindri che vengono posizionati chirurgicamente all'interno dei corpi cavernosi, conferendo loro quella rigidità che normalmente è garantita dalla pressione del sangue; questi cilindri possono avere sempre la stessa rigidità (protesi malleabili o meccaniche) o essere collegati ad un sistema idraulico a circuito chiuso, ovviamente miniaturizzato ed impiantato all'interno del corpo, che ne permette il gonfiaggio e lo sgonfiaggio in assoluta analogia con quello che succede normalmente con una erezione emodinamica (protesi idrauliche).




 Le protesi del primo tipo sono dei semplici “tutori” interni del pene e, pur avendo sempre la stessa consistenza e rigidità, sono malleabili; quindi il pene può essere agevolmente ripiegato e “parcheggiato” su un lato quando non impegnato nel rapporto





Nelle protesi del secondo tipo, dette protesi idrauliche o gonfiabili, i cilindri sono invece cavi, simili a delle camere d'aria, e assumono volume e rigidità quando viene pompato al loro interno un liquido in pressione attraverso un attivatore posizionato nello scroto e azionabile dall'esterno; nei modelli più utilizzati (protesi tricomponenti) è presente anche un serbatoio per il liquido del circuito posto in addome, in modo che l'attivatore sia costituito solo da una pompetta e una valvola di disattivazione e possa così essere di dimensioni più contenute. 


Quando si desidera ritornare allo stato di flaccidità, si preme un pulsante posizionato sull'attivatore (e nei modelli di protesi più moderni ben riconoscibile dall'esterno al tatto), i cilindri si sgonfiano e il liquido torna nel reservoir.

Dall'esterno un pene "armato" con una protesi non è riconoscibile da un pene non operato in erezione, e in caso di protesi idraulica non è neppure riconoscibile in stato di flaccidità.

Le protesi idrauliche quindi forniscono prestazioni che permettono erezione e flaccidità del tutto simili al normale, a prezzo di un intervento un po' più lungo (ma comunque non rischioso, e compatibile con la dimissione il giorno successivo), qualche raro rischio di guasto meccanico e un più elevato costo della protesi; comunque, se non si hanno esigenze particolari di dissimulare completam

ente la protesi in condizioni di riposo (necessità di indossare frequentemente costumi da bagno o indumenti attillati, motivi sociali particolari...), la protesi semirigida garantisce durante il rapporto prestazioni del tutto paragonabili all'idraulica. I rischi comuni ad entrambi i tipi di protesi sono l'infezione e l'estrusione, eventi oggi decisamente rari (1-2%) con le moderne tecniche chirurgiche e i materiali di nuova concezione, ma comunque sempre da tenere in considerazione in quanto impongono nella grande maggioranza dei casi la rimozione della protesi e il successivo reimpianto in un secondo tempo.

Oggi si è concordi nel dire che la protesi è la forma di terapia della disfunzione erettile che soddisfa di più i pazienti, e la quasi totalità dei pazienti che si sono sottoposti all'intervento si dice soddisfatto e dichiara che rifarebbe la stessa scelta; prima di procedere all'intervento, ovviamente, è fondamentale accertarsi che il paziente abbia ben compreso che la protesi, peraltro come tutte le terapie mediche sopra descritte, è in grado di restituire l'erezione, ma non è una panacèa di qualsiasi problema sessuale!



Induratio penis plastica (o malattia di La Peyronie)


La malattia di La Peyronie è caratterizzata dalla formazione di placche fibrose nella tunica albuginea del pene. La triade sintomatologica tipica è rappresentata da incurvamento penieno, dolore in erezione e dal progressivo deterioramento della funzione erettile, quest'ultimo dovuto principalmente a un difetto del meccanismo di veno-occlusione, cioè del deflusso di sngue in uscita dal corpo cavernoso, per alterazione delle proprietà meccaniche dell'albuginea. Tale disturbo si può manifestare a diverse età, anche se il picco di incidenza coinvolge prevalentemente la VI-VII decade di vita.

La terapia medica è stata oggetto di profonde discussioni, ed è proponibile nei casi iniziali in cui verosimilmente può ottenere una stabilizzazione della malattia e una riduzione della sintomatologia algica. Sono state proposte nel tempo diverse terapie, e alcuni principi attivi sono oggi presenti nella formulazione di diversi integratori assumibili per via orale; i più usati sono gli anti-ossidanti (vitamina E) e l'acido para-amino-benzoico. Un'altra strategia di tipo medico consiste nella terapia mediante infiltrazioni intraplacca e periplacca di principi attivi ad azione antifibrotica (il Verapamile, molecola in commercio come antipertensivo) o antinfiammatoria (cortisonici) con periodicità settimanale. In caso di disfunzione erettile è possibile un supporto con inibitori della PDE5.

Nei pazienti in cui il DE e/o la deformazione peniena rendono impossibile l’attività sessuale, il ripristino della funzione passa necessariamente attraverso la sala operatoria. L'approccio chirurgico è estremamente vario; l’indicazione al tipo di intervento viene posta solo dopo un'attenta valutazione del singolo caso, tenendo presente, in particolare, il grado di curvatura del pene e la funzione erettile dei pazienti. Esistono diverse possibilità, dal raddrizzamento mediante plicatura della tunica albuginea, alla sezione della placca fibrotica con il contestuale posizionamento di un graft, all’inserimento di protesi peniene, eventualmente associate a tecniche di allungamento del pene.